L’arte contemporanea è arte?

Uscita dal museo, il biglietto ancora in mano e quella sensazione sottile di delusione: è mai capitato anche a voi? Di entrare aspettandosi di essere stupiti, affascinati o anche disgustati, e di uscire invece un pochino annoiati. Con il dubbio, che va tanto di moda oggi, di non aver capito perché non si è abbastanza dentro quel mondo distante e tirato a lucido che è l’arte contemporanea. E forse a volte ci mancano effettivamente le conoscenze per tracciare la vita di un’opera d’arte, fatta di numerosi rimandi e citazioni ad altri lavori, mentre a volte queste conoscenze non servirebbero comunque, perché è l’artista stesso a nascondere il significato (se c’è un significato) arrivando a negare il titolo dell’opera. Insomma, il concetto espresso dallʼarte concettuale, a volte, è che non c’è concetto. Il che può essere in sé fattore di stupore e, alla fin fine, un concetto. Ma cosa accade quando un’idea, utilizzata in maniera massiccia, diventa logora? Quando per la quarta volta in un anno vedi una riproduzione del Quadrato nero di Malevich sulla quale l’ennesimo artista ha scarabocchiato qualcosa, è inevitabile chiedersi che tipo di arte sia quella, e se sia arte.

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Le tre opere di Enikeev qui mostrate sono state fotografate e vengono pubblicate con il permesso dellʼartista.

Per chi come me non è un intenditore d’arte e ciò che sa si ferma al programma scolastico del liceo (Cezanne, Picasso, Degas), capire le direzioni prese dall’arte contemporanea e perché si sia smesso di fare dei bei quadri, può risultare difficile. L’ex direttore della Tate di Londra William Gompertz ci ha appunto scritto un libro, What Are You Looking At, in cui ripercorre gli ultimi centocinquanta anni di storia moderna a partire dal bel giorno in cui Duchamp appese un cesso alla parete. Le nuove correnti artistiche, ci dice, provengono dalle esperienze postmoderne, dall’arte concettuale e minimalista. L’arte concettuale comprende quelle opere il cui scopo non è tanto deliziare l’occhio dello spettatore quanto la sua mente. Ne parla per primo Joseph Kosuth negli anni Sessanta, e ci presenta l’opera Una e tre sedie: una sedia vera, una foto della sedia e la scritta «sedia». Semplice eh? E anche geniale, in quanto mette in relazione e discussione la realtà e la sua rappresentazione iconica e verbale. Pian piano si inizia a parlare di arte anche per definire la riflessione teorica su questa, finché il significato di arte concettuale diviene il saper fare arte senza l’opera d’arte. C’è l’arte povera, una corrente rappresentata da artisti italiani che si aggirano come barboni a raccattare immondizia per poi farci opere che finiscono nei musei ‒ Venus of the Rags (1967) di Michelangelo Pistoletto sembra una foto di Napoli, e dell’Italia tutta. C’è la «Narrative Art» in cui il fotografo vuole fare lo scrittore e lo scrittore il fotografo, e allora si combinano i due media per raccontare storie opposte. E che dire della «Performance Art»: Jackson Pollock, ad esempio, se non era arrabbiato non ci andava al lavoro. Sui suoi quadri schizzava tempera «a casaccio», ci camminava sopra, si dimenava. Marina Abramović, che era un po’ più estrema, ha dato agli spettatori una catasta di oggetti dicendo loro: tiratemeli addosso (Belgrado – 1974). E non si parla di pomodori, aveva una pistola carica tra le varie cose. Come rappresentante della «Land Art» abbiamo invece l’artista Christo che in pratica se ne va in giro a impacchettare monumenti enormi come la torre Eiffel. No, non è particolarmente generoso a regali di Natale: quello che vuole fare è interrogare la nostra percezione uomo-spazio.

Questi esempi bizzarri e intriganti ci mostrano come l’arte di oggi cerchi di presentare concetti piuttosto che estetiche. L’idea prevale sulla forma e valutare il peso artistico di un’opera si fa sempre più difficile. Così difficile che sorge spontaneo domandarsi quanto a volte ci sia di arte e quanto di marketing, e se questo mondo non sia alla fin fine prerogativa di una élite che dispone del tempo e del denaro necessari da dedicare non tanto all’opera, ma alla sua promozione e alla costruzione di un network di conoscenze attraverso cui far circolare il proprio nome. Perché in fondo chi è che decide cosa sia e cosa non sia arte?

Non certo io spettatore, che se cerco suggerimenti sul significato dell’opera mi ritrovo davanti a un Untitled. L’artista, d’altra parte, o fa scandalo o non ne parla nessuno. E il povero curatore magari non ha ben capito cosa gli viene proposto ma per far vedere che ne capisce appende un piatto al muro, perché se quell’artista famoso dice che quel piatto è arte, vuoi mica dargli torto? Non è che a decidere cosa sia l’arte sia allora la fama, il numero di click su Google, i contatti su Facebook?

Duchamp, pur non avendo Facebook, questa domanda se la era già fatta quando nel 1917 presentò un urinale alla direzione della Society of Independent Artists. La stessa domanda viene posta nuovamente da Maurizio Cattelan (lui stesso abilissimo sfruttatore di media e marketing con qualche accusa di plagio) quando nel 1990 compra 500 copie della rivista Flash Art e rimpiazza la copertina con immagini della sua opera Strategie, un castello di carta fatto dalle pagine dello stesso giornale. Consapevolezza ed ammissione di quanto a volte l’arte sia una strategia da pianificare attentamente attraverso l’utilizzo dei media, ma anche di quanto questo sistema sia fragile, un castello di carte per l’appunto.

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Ed è a questo punto che uscita dalla New Tretyakov Gallery, una delle gallerie più famose e frequentate di Mosca, mi colpisce il fatto che proprio a due passi si trovi un altro tipo di galleria, all’aperto e dall’entrata libera. Organizzata dagli artisti, è allo stesso tempo uno spazio espositivo e commerciale dove mostrare e vendere le proprie opere. Affascinata da ciò ho iniziato a chiacchierare con uno degli artisti presenti, che mi ha spiegato un po’ la storia di questo vernissage. Nasce alla fine degli anni ʼ80, gli anni della perestrojka (ricostruzione) e della glasnost’ (trasparenza), processi tramite i quali si allentava parzialmente il ferreo controllo del partito sovietico sui cittadini. Sono questi gli anni in cui si comincia a permettere più indipendenza alle imprese e soprattutto maggiore libertà di espressione alle persone, che d’un tratto possono addirittura criticare il potere. Ed ecco che diversi artisti scendono in strada e iniziano ad esporre i loro quadri. A fianco del vernissage, dove si trova oggi la galleria Tretyakov, c’era al tempo una cattedrale. Altri spazi espositivi erano il mercato Izmailovskyi e la strada Arbat. Parlo con Enikeev e suo fratello di come capiti che le persone vadano ad un museo per vedere dell’arte ma non la riconoscano poi quando ci si imbattono in altri contesti. «La gente fa la fila per entrare, ma poi passa davanti ad un pittore per strada e tira dritto. Qui, non è una sola persona ma la gente a decidere cosa sia interessante e cosa no, è una scelta libera, democratica. I pittori in carne ed ossa non sono là dentro, sono nelle strade. Qui c’è ricerca, sperimentazione. Qui, sulla strada, è possibile vedere la reazione delle persone ai tuoi lavori, analizzarla e capire che direzione prendere.»

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Mi sembra che ci sia molta verità nelle parole di Enikeev. È vero che a volte attendiamo l’opinione degli altri per formulare la nostra e che il nostro visitare musei oggi rischia di essere un po’ come andare alla Rinascente e poi passare davanti al mercato pensando «che vuoi che ci sia qui che non c’era là?». Eppure il fatto che queste opere non ce l’abbiano fatta ad entrare in un museo, non vuol dire che siano meno belle o interessanti: in fondo l’arte più avanguardista non è mai nata dentro un’istituzione. E la presenza di questa mostra lì, a fianco di un museo così prestigioso, sembra dirci che l’arte non si esaurisce all’interno di esso, che il fatto che abbiamo comprato un biglietto non vuol dire per forza che vedremo cose migliori e che forse dovremmo allo stesso tempo adottare un occhio critico e aprirci anche ad opere che non siano accompagnate da un nome famoso. In definitiva, quello che questi artisti vogliono dire è che l’arte si trova sì dentro il museo, ma non gli appartiene.

Ho 23 anni, mi sono laureata in Lingue e Letterature straniere a Bologna ed ho appena terminato un Master Degree in traduzione presso l’università di Sheffield, UK, ora vivo a Mosca dove insegno italiano e inglese. Sono una nomade amante della danza, la letteratura ed in generale di tutte le arti e di ciò che ci permette di riflettere sulla società e noi stessi, e di abbattere i pregiudizi. Collaboro a Incipit perché mi piace l’idea di un giornale che dia voce ai giovani e risonanza alla cultura.

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