Fuorilegge

Ella ricordava perfettamente la prima volta che era successo.

Ricordava ancora ogni singola sensazione che aveva provato, una sequenza di immagini e sentimenti incisi a fuoco nella sua memoria. Ricordava il bruciore che le aveva percorso la gola, il sapore acido e le lacrime agli angoli degli occhi. Aveva perso il conto di tutte le volte in cui si era chinata, nel bagno di casa sua o in qualsiasi altro, e aveva rimesso qualsiasi cosa avesse ingerito. Si era portata quel peso sulle spalle per anni, un disordine alimentare che le aveva assottigliato la pelle e indebolito le ossa.

Come si guarisce da qualcosa che fa parte di te? Come si estirpa qualcosa che è radicato talmente in profondità da essere quasi introvabile?

Quando Ella si guardava allo specchio, vedeva una sola cosa: l’imperfezione. L’imperfezione del suo viso e del suo corpo, sempre troppo rotondo, sempre troppo poco, sempre troppo sbagliato. Quando Ella si guardava allo specchio non vedeva altro che infelicità, un’infelicità che scorreva e si infiltrava in qualsiasi parte del suo corpo come acqua tra le crepe nel terreno. Qualsiasi cosa facesse, non si sentiva mai abbastanza. Era qualcosa che andava al di là della semplice apparenza, che la tormentava e la faceva marcire da dentro, che toglieva tutto ciò che di bello c’era nella vita. La sua pelle come carta velina, sottile e fragile, il suo cuore lento e debole, spossato dagli sforzi che doveva fare.

Ella alzò gli occhi, ricordi e immagini che fluivano nella sua testa e la confondevano. La luna brillava nel cielo, inondando la città e la terrazza con il suo pallore meraviglioso; la guardava dall’alto, la fissava immobile, in attesa. Mentre teneva la sigaretta tra l’indice e il medio, osservando il traffico serale di macchine e motorini, Ella pensò a quante cose erano cambiate nella sua vita. Lasciò uscire il fumo incamerato nei polmoni con uno sbuffo leggero. I suoi occhi brillavano ancora di ricordi, sensazioni familiari che le pizzicavano la pelle, che le facevano male. Non avrebbe mai dimenticato quella parte della sua vita. Come avrebbe potuto?

Si osservò i palmi delle mani, dove in passato aveva premuto le unghie con così tanta forza da tagliarsi, sangue denso e rosso acceso era colato fino a seccarsi. Adesso, alla debole luce della luna non si vedeva quasi niente, solamente la pelle pallida e liscia, fresca e guarita. Ella era guarita. Era riuscita a scacciare quel demone che l’aveva perseguitata per anni, aveva esorcizzato quella parte di lei che la stava facendo morire, che la divorava lentamente.

Rivolse uno sguardo oltre la sua spalla, a guardare l’alta portafinestra dalla quale era uscita neanche dieci minuti prima, i vetri che riflettevano il cielo stellato e la sua figura sbiadita. Dentro casa Cecilia era ancora al telefono, gesticolava vivacemente, con le sue dita lunghe e le sue braccia magre.

Non faceva troppo freddo. Una leggera brezza le accarezzava i capelli e le solleticava la pelle liscia, ma la serata era tranquilla ed Ella si ritrovò incantata a guardare le stelle brillare. Con la sigaretta che si consumava sempre più velocemente, circondata da fiori profumati che erano sbocciati da poco, si trovò a pensare che non avrebbe potuto essere più felice. Nonostante il suo passato tornasse a tormentarla costantemente, un fantasma nascosto sotto il letto che usciva quando meno se lo aspettava, lei era felice. La sua vita aveva preso una strada completamente diversa e lei era in pace.

Si portò la sigaretta alle labbra e fece un altro tiro, forse il secondo, poi la schiacciò nel terriccio del vaso che le stava accanto e lasciò uscire il fumo velocemente. Si concesse qualche altro secondo per ammirare la serata calma e fresca e poi, prima di tornare dentro, si sporse di poco per vedere le macchine, piccole come centinaia di insetti, i lampioni che illuminavano la strada sembravano lucciole fluttuanti e i pedoni che la attraversavano piccole formiche confuse.

Quando rientrò in casa un tepore familiare tornò ad avvolgerla come un caldo vestito che le calzava alla perfezione. Cecilia aveva appena appoggiato il cordless sul tavolino del salotto, il suo petto era scosso da pesanti e profondi respiri, le mani a massaggiare le tempie e i sottili capelli neri le ricadevano disordinati sulle spalle come cascate di inchiostro. Spalancò gli occhi verdi e lucenti e prese un profondo sospiro, avvicinandosi. Ella le sorrise, tendendole le braccia, già pronta ad accoglierla.

Quando si abbracciarono, lei poté finalmente respirare di nuovo quel suo profumo da capogiro: il sapore della sua pelle, mischiato al bagnoschiuma che le rendeva la pelle soffice e morbida come panna e quell’odore che si portava sempre dietro, di amore e sicurezza. Combaciavano come i pezzi mancanti di un meraviglioso ed interminabile puzzle, un insieme di arti che si incastrava alla perfezione in qualsiasi punto.

La felicità.

Era lei la sua felicità, quella mano che l’aveva afferrata un attimo prima di cadere. Quella corda che era sempre stata legata alla sua vita e non l’aveva mai lasciata andare, quella persona che l’aveva salvata da se stessa e dal suo incubo. Lei l’aveva salvata, non c’era altro modo per dirlo; stava affogando e lei l’aveva afferrata e aveva riportato a galla entrambe con la sua incredibile forza, l’aveva stretta, le sue braccia forti attorno alla vita, e riportata in superficie. Quando aveva aperto gli occhi, poi, e l’aveva guardata in modo diverso, con un sentimento diverso dall’affetto in quel suo cuore debole, era stato come tornare a respirare: aveva aperto occhi e bocca e aveva cominciato a perdere fiato a pieni polmoni, il suo petto libero da quella odiosa e fastidiosa pressione e il vento che tornava ad accarezzare il viso, rassicurante. La bocca spalancata, un buco sul viso che risucchiava aria con avidità.

Se non ci fosse stata lei sarebbe annegata in un mare di paura, rimpianti e imperfezione. Le aveva insegnato ad amare e, soprattutto, ad amarsi senza mai stancarsi e senza chiedere niente in cambio. Quando la teneva fra le braccia si sentiva una donna incredibilmente forte e bella, che stringeva la cosa più preziosa del mondo, un tesoro introvabile, senza il quale non poteva nemmeno pensare di vivere.

Percepì Cecilia rilassarsi fra le sue braccia, i muscoli che si scioglievano piano piano, pelle fresca e morbida sotto i suoi polpastrelli. Le avvolse le braccia al collo e il cuore di Ella accelerò improvvisamente quando la sentì ridere, il fiato caldo sul suo collo, un suono cristallino che le inondò le orecchie e la rinfrescò da capo a piedi. Cecilia era entrata nella sua vita con la calma e la tranquillità di una brezza leggera che accarezza le foglie in primavera, un alito di vento che aveva cambiato tutto quanto. Prima che arrivasse lei, l’amore era solamente un sentimento confuso e sbiadito, una fantasia riservata ai romanzi sdolcinati e alle commedie romantiche. Ella non immaginava nemmeno che avrebbe conosciuto una persona così magnifica e pura come lei.

Cecilia la strinse più forte, spostando le sue dita leggere sulle sue spalle, massaggiando i muscoli e respirando piano nel suo orecchio. Lanciò un’occhiata al cordless abbandonato sul tavolino di vetro, il ricordo della voce tesa di lei e delle sue mani in aria.

– Erano i tuoi?

La mora non rispose, si limitò a far scorrere le dita più su, sul collo lungo e pallido della sua compagna, grattando la pelle e infilando le mani fra i ricci capelli alla base e salendo sempre più su, tastandole la nuca. Emise un leggero mormorio ed Ella capì.

Stavano troppo bene per parlare di loro, per parlare di qualsiasi altra cosa; si stavano stringendo, si stavano nutrendo di quel contatto caldo e familiare, un fuoco vivo che riscalda e scioglie, ed era tutto troppo perfetto per poter essere spezzato dal disprezzo e dall’intolleranza che le circondava. Senza dire una parola, le posò delicatamente le mani sul collo, muovendo le dita e disegnando piccoli cerchi concentrici immaginari, i suoi polpastrelli che si beavano della consistenza morbida e liscia di quell’epidermide leggermente più scura. Cecilia si ritrovò costretta a staccarsi, solamente per poter osservare la ragazza che amava negli occhi: due pozze di un blu profondo, il colore del cielo in tempesta, un colore calmo e caldo che la cullava sempre con pazienza.

La conversazione con i suoi genitori si stava dissolvendo piano piano, fumo che evaporava dalla sua mente, mentre il suo cuore zampillava di felicità e la sua testa girava per l’intensità di quello sguardo forte e potente come una calamita. Erano passati due anni e ancora non ci aveva fatto l’abitudine. La vide sorridere e di colpo si sentì teletrasportata in una dimensione a parte, un mondo in cui potevano vivere felici e passeggiare mano nella mano, sposarsi e avere dei bambini, crescerli con l’amore di due persone che si vogliono come fosse il primo giorno, che si appartengono da una vita.

Un mondo in cui non si sarebbero più sentite così fuori luogo, così sbagliate in una società che non voleva fare altro che metterle a tacere, uccidere il loro amore, bruciarlo con un fuoco alimentato dall’odio più feroce. Un mondo in cui non si sarebbero più sentite delle fuorilegge, criminali che scappano nel buio e nel silenzio della notte, la paura di essere catturate ed incolpate per un amore che non aveva assolutamente nulla di sbagliato.

Poteva già sentire il sapore familiare delle sue labbra piene e un po’ ruvide sciogliersi sulla sua lingua, la gola secca e la voglia di sprofondare nella sua bocca. Quando si baciarono fu come assaporare di nuovo il gusto forte e incredibile di uno dei dolci più buoni del mondo: le labbra si strofinarono fra di loro per qualche secondo, fino a quando la mano agile e piccola di Ella si spostò indietro, ad afferrare la nuca della mora, per spingerla ancora di più nel bacio.

Approfondendo quel contatto intimo di bocche e denti e lingue, Ella e Cecilia dimenticarono insieme la società che le chiamava abomini, che le cacciava con le torce e i forconi, i genitori che urlavano e i religiosi che dicevano loro che sarebbero bruciate all’inferno. Ma la verità era che ciò che avevano era troppo bello e troppo raro per essere consumato e distrutto dall’odio con cui le attaccavano. Ella e Cecilia avrebbero combattuto per i loro diritti con le unghie e con i denti e non si sarebbero mai arrese, la magia di momenti come quello faceva capire loro che insieme avrebbero anche potuto bruciare il mondo intero e tutti quelli che si opponevano al loro amore «criminale».

La foto d’apertura è presa da Flickr ed è stata scattata dall’utente wilson.corral

Laura Ferla

Ho 21 anni, studio Lettere moderne e lo faccio con passione, credo fortemente nei miei sogni e spero di realizzarli. Sono una nerd senza speranza amante della lettura e della scrittura.
Collaboro a Incipit perché penso ci sia un gran bisogno, in questo Paese, di progetti come questo che mirino a diffondere la cultura.

One thought on “Fuorilegge

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *