Anele

Niente potrà più separarci, Anele.

Amavo più della mia stessa vita Anele. Che nome incantevole, diavolo. Anele. Sudafricano, mi ricordo bene quando me lo disse. Si sfregava debolmente il lobo dell’orecchio sinistro, come tutte le volte in cui si trovava in difficoltà. Fumava la sigaretta con estrema compostezza, osservandola bruciare, quasi volesse sentire, nello strepitio del mondo, il rumore della carta che a poco a poco diventa cenere fine. Arricciava di poco le labbra per far uscire il fumo, ed io mi perdevo in quell’esile adorabile smorfia così sensualmente spontanea. Mi fissava con quegli occhi, quegli occhi… Dio, dammi la forza di ricordare quegli occhi.

Si innamorò di me. Ed io ancora non riesco a crederci. Immagina. Un giorno ti svegli con un pensiero fisso in testa, ti affacci stanco al balcone e fissando l’orizzonte chiedi al mare d’affondare il cielo; poco dopo, in meno di un attimo, t’accorgi che l’orbe celeste si sta riempiendo di sale, onde, schiuma. Impossibile no? Eppure a me l’impossibile accadde, quando Anele iniziò ad amarmi.

Anele era un inno alla vita, un tripudio d’entusiasta giovinezza. Indubbiamente, aveva un modo strano d’amare. Non riusciva a stare un’ora senza di me. Quando non eravamo insieme mi chiamava per qualsivoglia sciocchezza. «Amore stasera fanno qualche bel film in tv?». «Tesoro c’è un maglioncino carinissimo, lo prendo blu o petrolio?». Che gioia quelle telefonate! Riusciva a parlare della più minima inezia per più di un’ora di fila, con la stessa euforia dal primo all’ultimo istante. Ciononostante, inspiegabilmente, aveva di frequente dei momenti in cui pareva distante, quasi fredda, incurante del mondo e, soprattutto, incurante di me. S’incantava imbronciata fissando un punto nel vuoto. Ma a che pensava? Anele, diamine, che mi nascondevi?

La mia famiglia adorava Anele. Mia sorella parlava di lei come di un idolo. Se avesse potuto farne un poster, sono sicuro l’avrebbe appeso vicino a quello della sua rock band preferita. I miei genitori si preoccupavano per lei come fosse figlia loro, l’invitavano a cena ogni domenica, le portavano regali ogni volta che andavano fuori città. Ricordo che l’estate scorsa, di ritorno da un vacanza in Grecia, avevano chiesto ad Anele di passarci a trovare. Dopo i convenevoli, mia madre iniziò a frugare tra le sue dieci borse, per poi tirarne fuori un pacchettino finemente infiocchettato. «Anele, mia cara, questo è per te» esclamò sorridente, guardando soddisfatta mio padre. Era una piccola riproduzione in porcellana della minuscola isola greca in cui erano stati. Anele ringraziò come se avesse ricevuto quello che aspettava da una vita. Poi toccò a mia sorella e in quanto al regalo, non le andò molto meglio. Quando venne il mio turno, mia madre se ne andò frettolosa verso la cucina, seguita dal ritmato ticchettio dei suoi tacchi, aggiungendo che il mio regalo me lo avrebbero dato dopo. Non mi arrivò alcun regalo. Non che io desiderassi una riproduzione di un’isola greca sconosciuta, ma ero forse divenuto invisibile? Forse no. Credo che i miei genitori avessero iniziato a curarsi solo della parte più preziosa di me: Anele.

Anele era diventata la mia ragione di vita, la forza per arrivare in fondo ad ogni mio respiro. Quanto l’amavo. Dio solo sa quanto io l’abbia amata. Glielo ripetevo in continuazione. A lei piaceva sentirselo dire. Sorrideva, quasi imbarazzata, con gli occhi languidi. Si emozionava, credo. Talvolta mi rispondeva, ma altre volte no. Forse, preferiva gustarsi quelle cinque lettere senza il pensiero di dover ricambiare. Forse, non mi amava davvero. No, ma che caspita sto dicendo?! Anele mi amava molto, mi amava a modo suo, ma mi amava, ne sono certo, mi amava.

Era il suo compleanno, nel mezzo della stagione delle cicale. Uscimmo per cena, la portai fuori città in un posticino famoso per il pesce fresco. Era ghiotta di crostacei, ed io, da amante premuroso qual ero, avevo prenotato solo dopo essermi assicurato che nel menù ci fosse un’ottima scelta di portate con essi. Anele era splendida quella sera. Guardarla mi toglieva il fiato. Col quel vestito bianco in seta, profumava di romantiche notti d’estate. Le ciocche di capelli corvini le accarezzavano le spalle madreperlacee, due linee perfette su cui le mie pupille adoravano scivolare: un gioco sublime per il mio cuore nudo. Fu una piacevole serata. Avevo chiesto al cameriere di porgerle il mio regalo su di un vassoio d’argento, facendole credere fosse un’ulteriore dessert. Le avevo comperato una collana in oro bianco con un rubino birmano, perché su una donna come lei, un banale diamante sarebbe certamente scomparso. Apprezzò molto. Mi ringraziò con un lungo bacio, uno dei suoi, che sapevano di mondi lontani, di fanciulleschi segreti. Mi sentii soddisfatto, sicuro che la notte che avremmo passato insieme sarebbe stata altrettanto armoniosa. Invece, durante il viaggio di ritorno qualcosa mi turbò. Anele aveva chiacchierato per tutta la sera, come sempre in fin dei conti, ma salita in macchina, per l’intera durata del viaggio non aveva proferito parola. Fissava il finestrino senza muoversi, senza voltarsi verso di me, come se avesse dimenticato dov’era. Quando entrammo a casa, le chiesi se avessi detto qualcosa che le era parso spiacevole. Mi rispose di no. Mentiva. Ne ero sicuro. Anele non sapeva mentire. Mi aveva mentito. Cosa non mi hai voluto dire Anele? Qualsiasi cosa fosse, dovevi parlarne con me. Dovevi condividerlo con me. La tua vita era anche la mia, Anele.

Col passare del tempo i silenzi di Anele aumentarono. Io diventai molto più irrequieto e scontroso, non riuscivo a sopportare che qualcosa della vita di Anele non appartenesse anche a me. Ero ossessionato da quell’assordante silenzio. Mi svegliavo al mattino e pensavo al suo sguardo vuoto, un vertiginoso abisso impenetrabile. Mi venne la febbre alta. Mia madre mi rassicurò dicendo che fin da bambino avevo la tendenza ad ammalarmi poco prima del cambio di stagione. Che ingenuità, la febbre non era altro che la manifestazione fisica della rabbia che mi ardeva in corpo, consumandomi. Qualche tempo dopo tamponai un’auto ferma ad un semaforo… Inutile dire che stavo pensando al silenzio di Anele. Seguirono tante altre piccole catastrofi quotidiane che turbarono l’apparente armonia di famiglia. Anele, dove diamine eri? Quale demonio ti cuciva la bocca con quel ferreo ago di silenzio? Perché, mia tenera metà, non hai voluto parlare con me? Avrei fatto qualsiasi cosa al mondo per aiutarti, non ti avrei mai lasciata sola con qualche sgradevole pensiero. Mai, lo giuro, non l’avrei mai fatto. Se solo mi avessi parlato. Se solo mi avessi parlato, Anele.

Arrivò quel giorno. Il 22 dicembre. Mia madre stava già preparando gli arrosti per il cenone della vigilia, mia sorella aveva già scelto il vestito da indossare, mio padre aveva comperato una nuova capanna per quel presepe di cui andava così fiero. Tutto pronto per il nostro Natale, quel Natale che avevo sempre odiato prima che Anele entrasse nella mia vita. Era un sabato pomeriggio dal cielo niveo. Le avevo proposto di fare un giro da qualche parte. «Perché non andiamo al mare?» mi aveva chiesto Anele mentre s’infilava un paio di stivaletti vintage. Mi sorpresi, visti i due gradi sopra lo zero, ma ovviamente non fui in grado di non accontentarla. Giunti alla spiaggia di tanti week-end estivi, Anele si fermò ad un bar per comperare due birre. Mi chiesi come mai desiderasse un birra con un freddo così ostico. Mi convinsi che lo fece solamente per potersi allontanare qualche minuto da me. Come era possibile che fosse diventato soffocante? Ti infastidivo, Anele?

Aprii le bottiglie col coltellino svizzero che portavo sempre con me. Era un regalo di mio padre, me lo fece quando iniziai a frequentare i boy scout. Non fui mai un bravo boy scout, ero impacciato e poco socievole, ma quel coltellino era di un verde così scintillante che non potei resistere. Anele mi prese per mano, percorremmo la passerella tra le dune di sabbia e insieme ci sedemmo a qualche metro dal bagnasciuga.

Una cinerea foschia mascherava il volto del mare turbato dal vento dicembrino. Il vuoto in ogni dove. Pareva leggermi dentro, il mare. Fosco e minaccioso, caos primordiale. Impetuoso e sanguigno, otre infernale.

Il sorso di birra gelida. Il pregnante odore di salsedine. Il suo silenzio a cui non mi ero mai abituato. Le mie labbra in cerca di un bacio. Il bacio negato. Il furioso litigio. «Mi ami?». Non una sillaba in risposta. Amare e non possedere. L’altro me. Il terrore nel volto di Anele. La vana estrema fuga. Il tremore nel suo corpo indifeso. Mille cocci di vetro nella sua fronte irradiata da scarlatti ruscelli, chicchi di melograno. Le parole di supplica. Il pianto d’addio. L’urlo di morte. La lama verde conficcata nel petto. Il bollente abisso di rubini nel ventre innocente. Il corpo inerte, violaceo, fondiglio della mia violenza.

Non pensavo a niente guardandola scomparire. A che potevo pensare? Io senza di lei ero il nulla. Lo zero. Il vuoto. Fissai quel filo dove il sole s’immerge senza affogare. Non distolsi lo sguardo fino a scomparire.

Per sadica beffa del destino, le onde del mare, dolente spettatore, sputarono il mio corpo, pesante d’acqua e di colpa e d’amore, accanto al tuo. Ed ora ci guardo, lividi, dormire in eterno vicini, noi, misere fibre in un gramo telaio di sangue e sale. Niente potrà più separarci, Anele. Rimarrai per sempre mia, Anele.

Già laureata in Lettere, sto ora per concludere il corso di laurea magistrale in Filologia Moderna. Quando non sto studiando, leggo viaggio o combino pasticci. Amo i film strappalacrime, le foto in bianco e nero, la musica malinconica e i romanzi intimisti. E se state pensando che io sia melodrammatica, non vi sbagliate. Lo sono, ma non ditemelo: mi imbarazzo facilmente.

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