Rigati dalle lacrime

Un caldo torrido, di fronte a lei solo quella porta color ebano, la maniglia di ottone lucida; sente di doverla aprire.

Sa cosa troverà dopo averla attraversata, vorrebbe voltarsi e correre via, invece avvicina la mano al pomello che ora urla il suo nome. Trema e lentamente gira la mano fino a sentire lo scatto della serratura, spinge la porta. Buio. Silenzio. Guarda per terra: sangue. Una mano le afferra la caviglia: ha le unghie rosse, ben curate, la stretta forte. Riconosce quella mano che cerca di aggrapparsi a lei. Un urlo. Un urlo acuto di donna, di paura, di terrore. Riconosce quella voce.

Michela faceva spesso quel sogno e poi si svegliava nel panico a qualsiasi ora della notte. Sudata, il cuore che batteva forte, il respiro affannato, tremori e lacrime che scendevano. Si svegliava per caso, alla fine del sogno, e in silenzio. Quella mattina, però, era diversa: ci mise qualche secondo a capire che il suono che tanto la disturbava era lo squillo del telefono.
Rispose con la voce ancora impastata dal sonno, ascoltò con lo sguardo perso nel vuoto e, una volta conclusa la telefonata, si sedette sul letto per capire cosa avrebbe dovuto provare a quella notizia. La verità era che non lo sapeva; sapeva che le sarebbe arrivata prima o poi, ma credeva che l’avrebbe lasciata indifferente, invece sentiva una stretta al cuore e le vertigini.

Si alzò velocemente dal letto, si vestì con le prime cose trovate e, uscita dalla stanza, si precipitò in cucina: con una sedia raggiunse una scatola da scarpe nera, che aveva nascosto sopra un mobile.
Si mise al volante; fuori pioveva e Michela fece uno sforzo sorprendente per restare concentrata sulla guida. Si fermò davanti a quell’edificio grigio, che solo a guardarlo provoca in qualunque persona un sentimento di profonda tristezza e oppressione; le aprirono il cancello e lei entrò con la macchina.

Non aveva il coraggio di scendere, però, e nemmeno di entrare.
La scatola da scarpe nera, sul sedile del passeggero, era come un’ombra che rendeva l’atmosfera dell’auto glaciale.
La prese sulle ginocchia, fece un respiro profondo e tolse il coperchio: era piena di lettere mai aperte. Michela cominciò a sfogliarle e scelse la busta con la data più recente.

Cara figlia,
So che ormai non mi considererai più tuo padre e che probabilmente non leggerai nemmeno queste mie parole, ma tu sarai sempre la mia bambina.
Sono passati otto anni dall’ultima volta che ti ho vista: ancora ricordo lo sguardo di disprezzo sul tuo volto di sedicenne. Adesso sei cresciuta, sei una giovane donna e io non sono stato capace di starti vicino. In un attimo soltanto sono riuscito a portarti via entrambi i genitori, togliendo a me e a tua madre la possibilità di vederti crescere.
So che lei sarebbe molto orgogliosa dei tuoi successi; nonostante la sua morte e il mio processo, tu sei riuscita a non crollare, hai trovato un modo per continuare a vivere.
Tua zia parla molto bene di te, dice che sei una donna davvero matura e che ti impegni molto in quello che ti appassiona. La passione e la determinazione sono caratteristiche che hai ereditato da tua madre. Ho visto una tua foto: le somigli molto, hai i suoi stessi occhi.

Sono consapevole del fatto che tu non mi voglia vedere, ma spero che un giorno riuscirai a perdonarmi.

Non ti chiedo di rispondermi, non so neanche se hai mai aperto una delle lettere che ti ho mandato, ma quando sarai pronta mi farebbe piacere una tua visita.
Ormai sto invecchiando e vorrei salutarti.

Mi manchi bambina mia.

Tuo padre”

La data sulla busta risaliva a quasi un anno prima, dopo suo padre non le aveva più scritto.
Lei non si era mai informata su di lui, aveva deciso di cancellarlo, di non vederlo più; la verità era che non sapeva se sarebbe mai riuscita a incrociare ancora il suo sguardo.
Michela rilesse quella lettera centinaia di volte.
Non era più arrabbiata: la rabbia era svanita molti anni prima, lasciando in lei solo una voragine che nessuno sarebbe mai stato in grado di colmare. L’unica cosa che si domandava era se sarebbe riuscita a scendere da quella macchina in tempo.


Mentre leggeva, cercava di immaginare la voce di suo padre, ma erano passati tanti anni e lei di quell’uomo aveva solo due ricordi nitidi, negli altri era solo una figura sfocata.
Il primo risaliva a quando lei era una bambina: suo padre l’aveva portata in campeggio e la notte andavano in riva al lago, guardavano le stelle e il riflesso candido della luna sull’acqua; Michela si era divertita tanto quel weekend e, ripensandoci, vedeva ancora il volto giovane e sorridente del padre.
L’altro ricordo, invece, iniziava come il suo incubo ricorrente: stava rientrando in casa quando sentì un urlo provenire dall’interno, corse dentro e vide per terra un lago di sangue, gli abiti sporchi di suo padre, che ancora teneva il coltello in mano, e disteso a terra il corpo senza vita della madre: le sue unghie curate, le sue mani affusolate, i capelli castani bagnati del suo stesso sangue, il suo corpo ferito e lo sguardo vuoto. Michela fissò il volto rigato dalle lacrime di suo padre: l’espressione disperata dell’assassino di suo madre era la seconda e ultima immagine che aveva di lui. Chiamò la polizia senza dirgli una parola, senza più alzare gli occhi su di lui. Solo dopo che lui fu portato via, Michela si abbandonò a tutte le emozioni che teneva chiuse nel cuore: corse nella camera dei suoi genitori e si distese sul letto dalla parte della madre, dove il cuscino era ancora impregnato del suo profumo. In un primo momento si mise ad urlare, arrabbiata col padre e desiderosa di vendetta, ma poi la disperazione e la consapevolezza che tutto fosse reale si fecero strada dentro di lei e allora iniziò a piangere con il volto premuto contro quel cuscino, sperando e supplicando di potersi svegliare da quell’incubo. Il giorno successivo lesse sul giornale “Omicidio domestico: il marito accoltella la moglie”; non aveva proseguito l’articolo, non voleva sapere come avevano tradotto la loro storia: solo lei sapeva la verità. Da un po’ di tempo il matrimonio dei suoi genitori non funzionava più: suo padre aveva perso il lavoro e aveva iniziato a bere; passava le giornate chiuso in casa con la sola bottiglia di alcool a fargli compagnia. Sua madre non lo poteva vedere così e inizialmente aveva cercato di spronarlo, ma lui non l’ascoltava; e più il tempo passava e meno si parlavano. Allora lei aveva cominciato a minacciare sempre più spesso di andarsene, portando la figlia con sé, ma non lo voleva fare sul serio, non l’avrebbe mai abbandonato: vedeva in lui ancora l’uomo di cui si era innamorata, doveva solo convincerlo a crederci ancora. Cosa era successo dopo? Michela non lo sapeva esattamente. Quando suo padre fu arrestato, confessò subito, dichiarando che stavano litigando, che lui aveva bevuto, che in un attimo gli si era annebbiata la mente e che solo successivamente, vedendo la figlia entrare in casa, si fosse reso conto di ciò che era successo; per questo quando Michela aveva chiamato la polizia non aveva reagito: sapeva di meritarsi quello che gli stava succedendo.

Michela scacciò dalla mente tutti quei ricordi e, raccolto tutto il suo coraggio, scese dall’auto. Arrivò davanti all’ingresso con passo deciso, ma, una volta entrata, sentì un brivido lungo la schiena. Una guardia carceraria le andò incontro e solo guardandola capì chi era e perché era lì. Senza dire una parola la condusse ai controlli di sicurezza e poi fino alla stanza numero 16, la fece entrare e si fermò ad osservarla.

Michela si gettò in ginocchio di fianco al letto di suo padre.

Bambina mia!”
Come sei invecchiato.”
Si invecchia più velocemente qui.”
Hai ancora lo stesso sguardo però. Mi sei mancato, papà.”
Era tanto tempo che non mi chiamavi papà! Anche tu mi sei mancata Michela; tu e tua madre mi mancate ogni secondo di ogni giorno.”
Anche a me manca tanto. Papà dimmi che non sono arrivata troppo tardi, ti prego!”

Gli afferrò la mano e iniziò a singhiozzare.
Ti perdono papà!”

La guardia, che era rimasta sulla porta, sentiva Michela parlare e sapeva che lei si stava immaginando le risposte di lui. Quelle risposte, infatti, non sarebbero mai arrivate e la sua mano fredda non avrebbe mai più ricambiato la stretta della figlia.

La guardia volse le spalle e chiuse la porta, lasciando Michela nel suo dolore.
I suoi occhi verdi e stanchi ne avevano già viste di scene così, si ripeteva tutto ogni volta: quando era un giovane agente aveva cercato di consolare quelle famiglie, ma invecchiando aveva capito che la morte è una fine che deve arrivare, non si può evitare ne posticipare.
Michela era arrivata troppo tardi, non se lo sarebbe mai perdonato, e anche se ci fosse riuscita, nessuno avrebbe più potuto restituirle i suoi genitori.

Con questo racconto ho partecipato al concorso letterario indetto dal comune di Padova nell’ambito del progetto «Il carcere entra a scuola. Le scuole entrano in  carcere» promosso dall’associazione Ristretti Orizzonti.
Illustrazione iniziale di Pieralvise Santi in esclusiva per Incipit. 

Elena Molinari

Ho 22 anni, studio Lettere e insegno ginnastica ritmica. Amo i romanzi, la musica e la danza in ogni sua forma. Credo nella libertà di espressione e per questo mi piace collaborare ad un blog come Incipit.

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