Il razzismo si combatte anche con lo sport

Da sempre lo sport è stato un elemento unificatore: partendo dalle origini ricordiamo come le Olimpiadi nell’antica Grecia rappresentassero uno dei pochi momenti di tregua imposta a qualsiasi conflitto. Erano un pacifico raduno di tutti i greci in cui i partecipanti cercavano quella gloria personale che avrebbe permesso loro di ottenere l’immortalità. Gli atleti vincitori potevano essere un vanto per la loro città, ma ciò non prevedeva che in tal modo una città fosse superiore alle altre.

Lo sport nell’antichità era collegato al superamento dei propri limiti, alla cura del corpo, all’igiene, alla bellezza. I più prestigiosi artisti si riversavano nelle città, sedi dei giochi, per lavorare al servizio degli atleti. I loro corpi perfetti, il movimento, la tensione dello sforzo, venivano riprodotti in centinaia di statue. Lo sport era quasi una filosofia, un mezzo per elevare l’animo umano.

Il triste legame tra sport e razzismo porrà invece le sue basi solo nel XIX secolo, in particolare a causa dell’imperialismo britannico: il «fardello dell’uomo bianco», ovvero il diritto e il dovere di civilizzare le popolazioni «primitive» in nome della superiorità razziale dei bianchi , fu applicato anche attraverso lo sport.
Ad esempio il cricket, tipico gioco dei ceti borghesi vittoriani, e il rugby sono stati utilizzati come mezzo di civilizzazione in India, Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda in quanto portatori di certi codici di comportamento tipicamente inglesi. Si vede già quindi come il razzismo non sia ovviamente insito nello sport, ma in esso venga introdotto per motivazioni politiche e sociali.
Come si sa, nella seconda metà dell’Ottocento alcune importanti scoperte archeologiche alimentarono un grande interesse per la civiltà greca dell’antichità. Il barone Pierre de Coubertin, suggestionato da ciò, ripristinò le Olimpiadi ma nell’edizione del 1900 a Parigi ne rese impossibile la partecipazione agli atleti di colore: sono gli anni dello sviluppo della genetica, spesso usata come dimostrazione (poi rivelatasi del tutto infondata) delle teorie razziali in voga nel periodo per le quali gli uomini di colore sono considerati selvaggi e troppo istintivi, incapaci di rispettare le regole sportive.
Altro esempio eclatante saranno poi i Giochi Olimpici del 1936 tenutisi a Berlino, dei quali Hitler voleva servirsi per celebrare la supremazia della «razza ariana» sulle altre, tanto che fu impedita anche la partecipazione degli atleti tedeschi di origine ebrea, tra i quali ci sarebbero stati alcuni tra gli sportivi più talentuosi della Germania. Gli intenti di Hitler però non andarono a buon fine: la scena fu dominata dalla vittoria di 4 medaglie d’oro da parte dell’atleta afro-americano Jesse Owens, che divenne così un emblema dell’anti-razzismo.

La svolta si ebbe poi nelle Olimpiadi del 1968 a Città del Messico, passate alla storia non tanto per le imprese sportive, quanto per il segno di protesta contro la discriminazione razziale attuato dai due velocisti afroamericani Tommie Smith e John Carlos, che salirono sul podio sollevando il pugno, chiuso e guantato di nero, durante la premiazione della gara dei 200m. La loro carriera fu colpita gravemente proprio a causa di questo fatto, ma il loro gesto rimane uno dei simboli più importanti della storia dello sport moderno.

Credits: thesportspectacle.com
Il primo classificato Tommie Smith, il secondo classificato Peter Norman e il terzo classificato John Carlos in una foto da thesportspectacle.com.

Nonostante tutto ciò che possiamo imparare dalla storia, oggi il problema del razzismo nello sport rimane irrisolto. Gli episodi di discriminazione razziale da parte delle tifoserie, a cui assistiamo settimanalmente in coincidenza, ad esempio, delle partite di calcio, sono in realtà strettamente collegate all’estremismo delle idee politiche di tali individui. Ovviamente non è lo sport ad incitare al razzismo, bensì sono le idee razziste che circolano quotidianamente nella società ad essere trasportate anche all’interno di questo ambito. Come dimenticare le vergognose affermazioni di Tavecchio, presidente della Ficg che, di fronte alla Lega Dilettanti, affrontando il tema dei troppi stranieri nei campionati italiani, dichiarò: «Noi, invece, diciamo che Optì Pobà è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio».

Per cercare di combattere gli episodi di razzismo in campo e sugli spalti durante le manifestazioni sportive, nel 1999 è nata su raccomandazione della Commissione Europea, la Football Against Racism in Europe (F.A.R.E.), che può sanzionare i comportamenti scorretti.
Il 14 gennaio scorso, invece, il Senato italiano ha approvato il ddl 1871, lo «ius soli sportivo», da molti considerato come una svolta storica. Il decreto, che vuole favorire «l’integrazione sociale dei minori stranieri residenti in Italia», di fatto permette il tesseramento presso società sportive appartenenti alle federazioni nazionali di giovani stranieri, nel momento di passaggio dall’attività sportiva di base a quella agonistica.  È assurdo pensare che questa legge venga emanata solo nel 2016 e venga accolta come una svolta epocale, quando in realtà continua ad escludere altri soggetti (il provvedimento interviene solo sui minori residenti in Italia almeno dal compimento dei dieci anni); ancora più assurdo è il fatto che a sentire il peso di certe ottusità discriminatorie siano stati bambini, ragazzi e ragazze che, solo per la «colpa» di essere nati in un altro stato, non potevano far parte di quelle squadre di cui invece potevano far parte i loro coetanei. Come si suol dire: meglio tardi che mai.
Già dal 2014, inoltre, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e il Comitato Olimpico Nazionale Italiano cooperano al fine di promuovere le politiche di integrazione della popolazione straniera nello sport. L’obiettivo è diffondere le idee del «Manifesto dello Sport e dell’Integrazione» che richiamano lealtà, solidarietà, rispetto, fratellanza, contro ogni genere di intolleranza e discriminazione.

Lo sport è competizione leale e giocosa che stimola il miglioramento personale o il miglioramento di gioco di intesa con la propria squadra. Rivalsa, superiorità e violenza non dovrebbero far parte di tutto questo. Lo sport non dovrebbe considerare razza e sesso dei partecipanti, ma dare a tutti indifferentemente pari opportunità di esprimersi nella competizione. E’ un veicolo importante di integrazione, di rispetto e di solidarietà fra gli uomini. Troppo spesso però non sono gli atleti, ma gli spettatori a incitare all’odio e al razzismo, trasferendo le proprie personali frustrazioni e problemi sui giocatori o sui tifosi avversari. Questo ci dovrebbe fare riflettere sul fatto che il razzismo, più che nello sport, è presente costantemente intorno a noi e che purtroppo, per questioni molto complesse, la società ne è impregnata. D’altronde anche Nelson Mandela affermava: 

«Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di suscitare emozioni. Ha il potere di unire le persone come poche altre cose al mondo. Parla ai giovani in un linguaggio che capiscono. Lo sport può creare speranza, dove prima c’era solo disperazione. È più potente di qualunque governo nel rompere le barriere razziali. Lo sport ride in faccia ad ogni tipo di discriminazione».

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