L’Academy è davvero razzista?

#OscarsSoWhite era l’hashtag che l’anno scorso spopolava nel periodo di fine febbraio dopo la notizia che agli Oscar 2015 non era stato candidato nessun afroamericano o personaggio di colore tra i premi più importanti. La notizia però non fece troppa eco, mentre quest’anno pare che il problema sia esploso. Infatti, in seguito all’ultima cerimonia degli Academy Awards si è alzato un polverone per il problema razzismo. Il primo a pronunciare il j’accuse questa volta è stato il celebre e storico regista di colore Spike Lee che, appena sono state rese pubbliche le candidature, ha riproposto l’hashtag che accusa gli Oscar di essere troppo bianchi. Non solo: Lee si è mostrato indignato e adirato a tal punto da dichiarare prontamente su Instagram che lui e sua moglie non sarebbero stati presenti alla cerimonia, nonostante qualche mese prima l’Academy l’avesse insignito del premio alla carriera. La polemica del regista è stata la scintilla che ha acceso la miccia di una protesta subito dilagata nel mondo dello spettacolo, una protesta che ha chiamato in causa oltre a personaggi di colore, come Will Smith, anche «bianchi» come George Clooney, il quale si definisce nostalgico dei tempi in cui venivano nominati diversi afroamericani, per arrivare allo stesso presentatore della cerimonia: Chris Rock, essendo anch’egli afroamericano, è stato probabilmente scelto in risposta all’assenza di candidature «nere», su cui  ha più volte fatto ironia, anche molto pungente, contro la stessa Academy durante la notte delle premiazioni.

Ma siamo sicuri che tutto questo baccano e questa protesta contro la giuria degli Oscar siano legittimi? Molti hanno parlato di razzismo, ma se si analizzano le vittorie degli anni scorsi l’accusa risulta non proprio fondata. Infatti fino a quest’anno era ormai dal 2013 che non vinceva come Miglior film un lungometraggio girato da uno statunitense. Nel 2015 aveva trionfato il messicano Iñárritu con Birdman, nel 2014 il britannico Steve McQueen che, oltre ad essere un regista di colore non americano, aveva vinto con 12 anni schiavo, film che denuncia la schiavitù degli afroamericani a fine ’800. Poi, sorvolando sulla vittoria di Ben Affleck nel 2013 con Argo, sia nel 2012 che nel 2011 hanno trionfato film diretti da stranieri, The Artist del francese Michel Hazanavicius e Il discorso del Re del britannico Tom Hopper. Basterebbe questo breve excursus per assolvere l’Academy dall’accusa di razzismo, ma se volessimo essere ancora più pignoli potremmo tirare in ballo la prima vittoria di un attore nero nel 1964: ai tempi ancora di Martin Luther King o Malcolm X, anni molto duri per gli afroamericani che lottavano per ottenere pari diritti civili, Sidney Poitier aprì il mondo di Hollywood a talenti non solo bianchi; in questo caso, dunque, l’istituzione cinematografica americana sembrava molto progressista, in un contesto in cui il razzismo dilagava. È perciò naturale chiedersi se l’A.M.P.A.S. (Academy of Motion Picture Arts and Sciences) abbia mantenuto il proprio spirito o se le cose siano davvero cambiate negli ultimi tempi. A favore di quest’ultima ipotesi, purtroppo, emergono alcuni dati: secondo quanto riportato dal Los Angeles Times, nel 2012 il 94% dei componenti dell’Academy erano bianchi, il 77% erano di sesso maschile e di età media intorno ai 63 anni. Eppure nello stesso anno ha vinto come Miglior attrice non protagonista Octavia Spencer, attrice di colore.

Fotogramma del video del Los Angeles Times che mostra i dati relativi alla giuria che decide chi candidare e premiare con l'Oscar.
Fotogramma del video del Los Angeles Times che mostra i dati relativi alla giuria che decide chi candidare e premiare con l’Oscar.

L’accusa di razzismo tra gli Oscar 2016, come abbiamo detto, è partita da Spike Lee, eppure non tutti sanno che questo pur bravissimo regista è caratterialmente molto reazionario, tanto che era riuscito ad accusare per l’ennesima volta il regista Quentin Tarantino di discriminazione razziale per l’uso abbondante della parola «negro» nel film Django Unchained. Accusa campata un po’ in aria visto che questo film -e in generale l’intera produzione di Tarantino-  è tutt’altro che razzista e, anzi, si pone smaccatamente a difesa degli afroamericani. Quest’anno, secondo molti, avrebbero dovuto ricevere una candidatura almeno Idris Elba per Beasts of No Nation, oppure Michael B. Jordan per Creed o uno dei protagonisti di Straight Outta Compton, ma è possibile, come è già successo più volte, che effettivamente l’Academy si sia trovata a scegliere tra molte interpretazioni lodevoli, alcune più di altre, senza poter accontentare tutti e sicuramente non ponendola sul piano razziale. È quindi forse l’aria di tensione creatasi in tutto il mondo dopo i fatti di Parigi, o un certo clima anti-immigrazione creatosi negli Stati Uniti in questa campagna elettorale, a far sì che tutti gridino al razzismo anche dove questo effettivamente non è presente. L’Academy è stata spinta a dire che farà cambiare molte cose al suo interno dopo queste accuse, ma non c’è bisogno di cambiare nulla in un organo artistico che da ormai cinquant’anni non guarda più il colore di attori, registi o sceneggiatori, ma il loro talento. Per confermare che la polemica razzista non ha effettivamente una base concreta basterà aspettare tra poco meno di un anno le prossime candidature: molto probabilmente gli accusatori reazionari come Spike Lee dovranno rimangiarsi le proprie parole, rischiando però così un’ingiusta e inutile strumentalizzazione dell’argomento razzismo.

Immagine di apertura dal sito ufficiale della cerimonia.

Cesare Bisantis

Nato a Padova da genitori calabresi nel 1997, è iscritto alla facoltà di Lettere Moderne di Padova. Ama scrivere racconti, poesie ed articoli, leggere libri, ma soprattutto ha una spiccata passione per il Cinema. Si considera umilmente un romantico decadente.

One thought on “L’Academy è davvero razzista?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *