Riusciremo mai a dire basta alla discriminazione razziale?

Ieri, 21 marzo, si è celebrata la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, in memoria del massacro di Sharpeville del 1960: fu uno degli eventi più terribili dell’apartheid in Sudafrica, in cui 300 poliziotti bianchi uccisero 69 manifestanti che protestavano contro l’Urban Areas Act, che imponeva ai sudafricani neri di esibire uno speciale permesso se venivano fermati nelle aree riservate ai bianchi.
Sono passati poco più di cinquant’anni e ancora una volta dimostriamo, noi «razza umana», di non aver imparato nulla dalla storia di chi ci ha preceduto: siamo uguali a quei poliziotti e a quei governi, combattiamo gli uni contro gli altri per pretese di presunta superiorità; lo scontro può essere verbale, fisico, nel peggiore dei casi armato, ma le motivazioni di fondo sono sempre i soliti vecchi pregiudizi; le vittime sono sempre le minoranze, i più deboli, gli stranieri, i rifugiati, i «diversi».

La protesta convocata dopo le molestie subite da un gruppo di donne nella notte di capodanno a Colonia, in Germania, il 5 gennaio 2016. Il cartello dice: “Contro il sessismo, contro il razzismo”. (Wolfgang Rattay, Reuters/Contrasto)

La protesta del 5 gennaio scorso dopo le molestie subite da un gruppo di donne nella notte di capodanno a Colonia, in Germania. Il cartello dice: “Contro il sessismo, contro il razzismo”. (Wolfgang Rattay, Reuters/Contrasto, da internazionale.it). 

Come dimenticare le notizie su Colonia diffuse dai media dopo la notte di San Silvestro? Cifre confuse, testimonianze ingannevoli e contraddittorie, ma un unico colpevole: un «branco» di profughi che avrebbe stuprato delle donne che stavano festeggiando. In realtà non è andata proprio così: più del 60 per cento delle aggressioni non è stato a sfondo sessuale, ma a scopo di furto. E soprattutto, su 58 aggressori, 55 non erano profughi, ma immigrati regolari residenti in Germania da molto tempo, oltre a tre tedeschi.
Eppure subito la stampa (e certi partiti di destra) hanno pensato bene di strumentalizzare i fatti nella loro campagna contro l’accoglienza di profughi. L’unica certezza è che ci siano stati dei furti e degli stupri durante una grande manifestazione: eventi di questo tipo si ripetono ogni anno in Germania, ad esempio durante l’Oktoberfest, spesso ad opera di «bianchissimi» tedeschi. Contro cosa si deve combattere, dunque? Contro il maschilismo, la «cultura dello stupro» e la criminalità organizzata o contro le comunità dei profughi, demonizzandole?

downloadL’odio, però, non risparmia nemmeno quelle etnie che dovrebbero ormai essere perfettamente integrate nel tessuto sociale, come ad esempio gli ispanici o gli afroamericani negli Stati Uniti; e non cessa nemmeno nel caso di eventi più frivoli come il lancio di un nuovo rossetto sul mercato: all’inizio di marzo la Mac Cosmetics ha utilizzato su Instagram la foto qui di lato per una campagna di promozione di una tinta labbra viola scuro. Apriti cielo! I commenti degli utenti sono stati migliaia e, benché l’azienda li cancellasse progressivamente, si sono potute leggere frasi come «Le donne nere non saranno mai belle come quelle bianche», «Labbra negre», «Labbra da pesce». La cosa fa persino sorridere se si pensa che molto spesso sono le stesse «bianche» a ricorrere al botox per sfoggiare labbra carnose come quelle «nere».
D’altronde in rete l’odio sembra essere davvero di casa: ne parlerà Elisa Maruzzo nel suo articolo in uscita venerdì, mentre domani ci occuperemo del razzismo nel mondo del cinema e della «questione Oscar»: quest’anno la totale assenza di attori e attrici di colore tra i nominati ha scatenato un polverone mediatico; per alcuni sarebbe solo la conseguenza del fatto che ci sono pochi film a rappresentare culture diverse da quelle «bianche», per altri sarebbe invece dovuto al fatto che gli stessi membri dell’Academy, che decide a chi dare i premi, siano perlopiù «bianchi».  Cesare Bisantis, uno dei nostri cinefili, ci darà la sua visione del problema.
Uno dei settori in cui sembrerebbe più semplice insegnare la tolleranza e il rispetto  rimane invece lo sport: nonostante gli episodi di razzismo frequenti soprattutto nel mondo del calcio, le proteste di Tommie Smith e John Carlos 
alle Olimpiadi del 1968 a Città del Messico segnarono davvero una svolta verso l’integrazione (ne parleremo giovedì, con un articolo di Dalila Taldo). Eppure, sia le frontiere chiuse negli Stati vicini a noi, sia gli omicidi di alcuni uomini di colore disarmati da parte della polizia in America, tanto per fare due esempi – molto lontani tra loro nei modi ma simili, di fatto, nel contenuto- ci mostrano come la strada sia ancora lunga, e in salita. 

 

 

Ho 23 anni, sono una studentessa di Linguistica, credo nella parità tra esseri umani e nel valore fondante della Cultura e dell’Arte per la nostra società. Ho creato e dirigo Incipit, scrivo anche per lavocechestecca.com.

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