“Utero in affitto”: che fine ha fatto il Femminismo?

Il dibattito sul ddl Cirinnà prima e la nascita del figlio di Nichi Vendola poi hanno portato alla luce un nuovo obiettivo polemico, un nuovo capro espiatorio: «l’utero in affitto», espressione piuttosto infelice per chiamare una pratica diffusa da decenni in molti Paesi e non collegata necessariamente al denaro.

In Canada, ad esempio, la «gestazione per altri» non può essere commercializzata: le donne che si offrono come donatrici e gestanti non possono trarne un compenso, ma ottengono solo la copertura delle spese sostenute. Non è ammessa la selezione del sesso del nascituro, al contrario di ciò che avviene negli Stati Uniti.
In India la «maternità surrogata» è stata legalizzata nel 2008, ma dal 2013 è proibito ricorrervi per le coppie omosessuali, i single stranieri e per le coppie provenienti da paesi in cui questa pratica non è permessa.

Il maggiore rischio, infatti, è dato dal fatto che ci siano donne che vi ricorrono per un bisogno economico, non per una libera e volontaria scelta.
Proprio questo è il vero problema. La questione, dal punto di vista etico, è piuttosto complessa; il vietare una pratica, però, non ne ostacola di certo la diffusione: basti pensare all’eutanasia, per cui chi vuole ricorrervi deve andare all’estero, o all’aborto (non vietato, ma spesso ostacolato dagli obiettori): nel nostro Paese sono migliaia i casi di aborti clandestini, con cui le donne mettono a rischio la propria stessa vita, perché non assistite dal personale sanitario.
Una regolamentazione, invece, tutela gli interessi dei soggetti coinvolti: rendere la pratica della «gestazione per altri» un dono e non un possibile caso di sfruttamento sarebbe già un primo grande passo. Va in questa direzione la proposta di legge dei radicali, che si discuterà alla Camera in questi giorni.
A questo proposito Emma Bonino ha dichiarato, intervistata dal Corriere: «Su tutte le materie di scelta di vita penso che debba prevalere la scelta responsabile delle persone. Io sono per una legge che regolamenti la gravidanza per terzi. L’associazione Luca Coscioni ha pronta una proposta di legge. Qui si tratta di stabilire regole, non di inventare nuovi reati. L’automatico furore proibizionista non solo non funzionerà, ma provocherà altri guai. Come dimostra tutta la storia dei proibizionismi dalla cannabis al divieto di procreazione assistita. Di fronte alle scelte delle persone bisogna avere rispetto».

Sulla questione della gestazione per altri, suscitano qualche perplessità non tanto le opposizioni -prevedibili- dei cattolici, quanto le scelte di alcune sostenitrici della Lega, che si sono scritte sulla pancia (ricordiamo infatti che l’utero è posto più in basso…) «Non si affitta, non si vende», condividendo poi l’hashtag su Facebook.

Schermata
Dalla pagina Facebook di Salvini

Tralasciando la questione economica, su cui ci siamo già dilungati, due fatti saltano all’occhio: innanzitutto queste forme di protesta stanno emergendo in concomitanza con l’approvazione della legge Cirinnà sulle unioni civili, che però non fa alcun riferimento all’«utero in affitto»; in più, è bene ricordare che la questione non riguarda solo le coppie gay, anzi: come ricordato dalla ministra Lorenzin, secondo i dati del Ministero della Sanità il 60% delle coppie che vi ricorrono sono eterosessuali.
In effetti non fece scalpore la scelta della maternità surrogata per l’attrice Nicole Kidman o per il calciatore Cristiano Ronaldo: ben diversa è stata la reazione di alcuni politici italiani contro Elton John e contro Vendola. Non è che sotto la paura della gestazione per altri si nasconda un male ben più terribile come l’omofobia?

Il secondo aspetto dell’iniziativa leghista che ci colpisce riguarda le sue protagoniste: se queste donne, come tutte le altre italiane, oggi possono, ad esempio, divorziare, avere la potestà sui figli e quindi essere giuridicamente uguali ai mariti (prima del ’75 la potestà era solo del padre), o avere i congedi lavorativi per la maternità, lo devono anche alle battaglie delle femministe tra gli anni Sessanta e Settanta. E uno dei loro slogan era «L’utero è mio e me lo gestisco io».
Non dovremmo dimenticarcene, non ora, visto che, in quanto donne, non abbiamo ancora la possibilità di fare ciò che vogliamo con il nostro corpo: il diritto di decidere sui nostri comportamenti sociali, sul nostro modo di vestire, sulla nostra volontà di interrompere una gravidanza dovrebbe essere sempre nostro.
Invece io, donna, ho sì il diritto di abortire, ma entro i 90 giorni dal concepimento (dopo tale data solo se la gravidanza o il parto comportano un grave pericolo per la mia vita, secondo l’art.6 della legge 194; ma se ho subito violenze e mi sono accorta tardi della gravidanza?); spesso, poi, devo aspettare settimane per il rilascio di un certificato che mi permetta di interrompere la gestazione e, ovviamente, devo anche sperare di non trovarmi di fronte ad un obiettore di coscienza (secondo i dati, si tratta di quasi il 70% dei ginecologi italiani).
Per non parlare di altro tipo di considerazioni umilianti che devo sorbirmi ogni giorno sul mio aspetto («non vestirti in un certo modo, altrimenti ti stuprano»), sulla mia vita sessuale (perché se sono libera, sono chiamata «cagna» o «troia»), sulla maternità: quante volte le donne che non hanno voluto figli si sono sentite dire (spesso da interlocutrici femminili, per giunta) che sono «meno donne» di altre?
Lo scopo della vita di una donna non è la maternità. Se questa decide di non avere figli, va bene, così come va bene se questa decide di avere figli per far felice qualcun’altro, che sia una coppia di amici o un single sconosciuto. L’utero è suo. Lasciatele la libertà di scegliere. 

Ho 23 anni, sono una studentessa di Linguistica, credo nella parità tra esseri umani e nel valore fondante della Cultura e dell’Arte per la nostra società. Ho creato e dirigo Incipit, scrivo anche per lavocechestecca.com.

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