Intervista a NemO’s, il cinico della street art

Chi è NemO’s? Come nel caso di Banksy o di molti altri nel mondo della street art, pochissime sono le informazioni sulla sua vera identità. Sui social è molto famoso e il suo talento è riconosciuto a livello internazionale, com’è dimostrato dalla sua partecipazione a numerose mostre d’arte contemporanea e dalla sua realizzazione di opere sui muri e per le strade di tutto il mondo.

NemO’s tratta tematiche sociali attraverso l’uso di immagini forti e dirette, che rendono esplicite le sue riflessioni personali e cercano di scuotere le coscienze sopite della società contemporanea. Il suo stile fortemente provocatorio è anche oggetto di molte critiche: un esempio ci è fornito dall’opera Without Name realizzata a Messina in occasione della manifestazione «Disart». Dall’agosto 2015 la città siciliana ha ospitato artisti sia locali sia internazionali con lo scopo di rinnovare le parti più degradate del paesaggio urbano: pensiline, muri, pannelli, elementi dell’area portuale sono diventati, così, uno sfondo per bellissime opere, che hanno per soggetto – non poteva essere altrimenti- un elemento che ha sempre caratterizzato Messina: il mare.
Alcuni artisti hanno cercato di far rivivere miti, racconti e leggende inerenti alla città di Messina, altri, proprio come NemO’s, hanno inserito nei propri lavori temi «caldi», di denuncia, in linea con i principi della street art stessa: vediamo così rappresentate le tragedie quotidiane che hanno per terribile protagonista il Mediterraneo; proprio ai migranti – a chi arriva a terra ma anche a chi non riesce a salvarsi – sono dedicati molti dei capolavori realizzati.

Lasceremo a lui il compito di spiegare la realizzazione e il significato dell’opera di Messina; ci racconterà in dettaglio anche le tecniche, le idee e gli usi della sua arte.

Le tue opere sono estremamente provocanti, crude e a volte quasi disturbanti. Che obiettivo ti prefiggi di raggiungere? Qual è secondo NemO’s il potenziale della street art?

Credo che «fare Street Art» non sia semplicemente realizzare un disegno bello per strada o su un muro. La street art è qualcosa che va oltre un semplice disegno su una parete: l’interazione «urbana», il rapporto con le persone del posto, l’immergersi nella vita che popola un luogo sono elementi per me fondamentali. Vedo la street art come la massima possibilità di libertà espressiva di un individuo: la straordinarietà di quest’arte è la mancanza, in tutti i sensi, di limiti.
Sono un osservatore delle dualità umane con una predilezione per l’umorismo macabro e il cinismo. D’altra parte mi pervade un senso di meraviglia per il potenziale umano, temperato però dal disgusto per la nostra debolezza e per la nostra follia. Le scene che rappresento sono paradossi, incubi che mi aiutano a descrivere scene di vita reale e di un mondo pieno di contraddizioni.
La mia natura polemica e non del tutto serena mi porta a concepire dei personaggi vulnerabili, malati, goffi, brutti, impacciati, indifesi che sono la descrizione di come vedo l’essere umano e la società, sono la traduzione grafica di ciò che sento e vivo ogni giorno.
I miei disegni sono, in fondo, una critica alla ricerca spasmodica di perfezione e immortalità alle quali ci ha abituato la società di oggi. Provo un forte malessere per l’esistenza di ingiustizie e disuguaglianze in una società che si ha la presunzione di definire «civilizzata» e cerco di tradurre tutto questo in un prototipo di quello che per me può essere l’essere umano.

In Italia spesso la Street Art è considerata vandalismo ed è sanzionabile. Sembra particolarmente coraggiosa la scelta di Messina, che ha finanziato un progetto che esprime il legame della città con il mare. Siamo così diversi dagli altri Paesi, o hai trovato difficoltà ovunque?

Ogni città ha le proprie caratteristiche. A New York, nonostante sia una delle città più grandi e moderne del mondo e il popolo americano sia composto da centinaia di sfumature di culture e di etnie diverse, ho dovuto censurare un pene perché stavo disegnando in un quartiere di ebrei ortodossi.
Messina in confronto è un piccolo paese, ma allo stesso tempo possiede una grande storia culturale che l’ha portata ad essere citata nell’Odissea; nonostante ciò, come in tante altre città italiane, da nord a sud, ho trovato una realtà chiusa fatta di ignoranza e provincialismo.
Il muro a Messina è stato realizzato per un progetto di arte urbana finanziato dall’Unione Europea, non si trattava di un intervento di pura street art, intesa come arte illegale. Difficilmente l’opinione comune assocerebbe un’intervento del genere al vandalismo.

L'opera. Fonte: be-street.com
L’opera Without name. Fonte: be-street.com

A proposito di Messina, leggendo i commenti su Facebook alla tua opera qui realizzata, Without name, saltano all’occhio molte critiche: è accusata di essere troppo macabra, tetra e di cattivo gusto. Cosa rappresenta l’opera e da cosa pensi che derivino tali critiche?

Without name è per Samia Yusuf Omar, una ragazza del Mogadiscio, nata nel 1991. Samia nel 2007 partecipa alle Olimpiadi di Pechino diventando così un simbolo di riscatto per tutte le donne somale. Sognando le Olimpiadi di Londra e la libertà scappa dall’oppressione dell’integralismo e intraprende un viaggio di ottomila chilometri a piedi, attraversando il deserto del Sahara per raggiungere, dalla Libia, le coste dell’Italia. Samia Yusuf Omar è annegata, a largo di Lampedusa.

Without name è per lei e per tutte quelle migliaia di persone che non hanno mai raggiunto la costa, di cui non si parla mai abbastanza, di cui ci si dimentica troppo facilmente. I quattro corpi nudi di Without name sono una metafora surreale delle modalità in cui giornali e dibattiti politici trattano con totale e assurda incoscienza il tema delle morti in mare. Nella tragicità della morte, la parte malata ed egoista della nostra società, con un gesto assolutamente normale e spensierato, prende i corpi dal mare e li stende nudi come panni ad asciugare; come se il problema di queste persone fosse essere bagnate e non essere affogate. Quello che ho disegnato è una situazione folle e pervasa di egoismo dove le morti nel mare passano in secondo piano per lasciare spazio a discussioni sterili su quanto i migranti possano creare più o meno disagio alla nostra condizione.

Troppe volte l’uomo si ferma a guardare la semplice apparenza, crea dibattiti forvianti spostando la centralità del discorso e non si pone il problema di riflettere sulla realtà delle cose. Davanti all’immagine di questi quattro corpi nudi appesi ad asciugare, molte persone si sono concentrate ad additare l’oscenità dei peni al vento e non si sono fermate nemmeno per un istante sul reale significato. Si è addirittura avuto il coraggio di parlare di violenza urbana in riferimento al disegno, in una città come Messina, in un paese come l’Italia dove gli illeciti dell’abusivismo edilizio e della mafia sono ovunque. Se la gente riflettesse e pensasse in maniera diversa si lamenterebbe del palazzinaro o della politica -non di un disegno- e cercherebbe soluzioni per le migliaia di morti in mare, invece di rimanere chiusa in un egoistico silenzio.
D’altronde è molto più semplice giudicare in maniera anonima un disegno che sporcarsi le mani e spendere il proprio tempo per cercare di polemizzare su un ecomostro.

La differenza tra Messina, l’Italia in generale e le altre città credo sia il qualunquismo e il populismo di chi critica, la chiusura mentale e il disinteresse e l’egoismo totale rispetto ai veri problemi: la gente si indigna perché non vuole sapere, ha paura della verità e preferisce illudersi che il mondo sia bello, felice e pulito. Scappa dalla realtà delle cose per vivere nel facile mondo delle apparenze. Vuole vivere bene la propria vita. Vuole essere egoisticamente ignorante, vuole ignorare i problemi altrui, con arroganza cerca di vivere in una scatola che apparentemente sia il più perfetta possibile.

Ci sono due possibilità: o ci si chiude in se stessi nella ricerca di un’illusoria vita serena, o ci si sporca le mani documentandosi, cercando di capire e dannandosi la vita nell’analizzare la contraddittorietà dell’esistenza umana.

La tecnica da te adottata di creare l’opera in maniera stratificata è complessa, ma soprattutto curiosa. Puoi spiegarci come funziona e il motivo per cui l’hai scelta?

Ho iniziato a dipingere nel periodo in cui l’arte di strada (Writing e Street Art) si esprimeva con i colori a spray, una tecnica che ritenevo troppo irruenta e distaccata e che quindi crescendo ho abbandonato per utilizzare acrilici e pennelli. I pennelli e le vernici, infatti, si conciliavano maggiormente con il mio modo poco frenetico di lavorare.
Il passo successivo è stato l’approfondimento teorico della street art, unito alla mia esperienza pratica, che ha fatto nascere la necessità di utilizzare materiali che venissero dalla strada e che quindi non fossero stati creati appositamente per disegnare. Così ho iniziato a cercare pezzi di carta in discariche o in luoghi abbandonati usandoli per riempire/colorare i miei disegni, in modo da ridurre al minimo l’utilizzo di prodotti industriali. Ho poi scoperto che il tempo e il sole scuriscono o stingono la carta, creando toni e intensità cromatiche differenti, tanto da poter sostituire del tutto i colori acrilici che avevo fin qui utilizzato.

Data la natura della carta, che resiste poco all’azione del tempo, agli agenti atmosferici e che, al contrario della pittura, rimane un materiale plastico che si può toccare e modificare, decisi di unire l’utilizzo del collage alla pittura acrilica. Da qui nacque il progetto Before and After Collage: le parti disegnate ad acrilico rimangono nel tempo mentre gli elementi realizzati con la carta sono soggetti all’azione degli agenti atmosferici e anche all’azione delle persone.
Disegno le ossa ad acrilico per poi rivestire lo scheletro con un sottile strato di carta che simula la pelle. La carta cadendo e venendo strappata lascia intravvedere sempre di più il disegno dipinto sottostante in modo da rendere il mio lavoro mutevole ed in costante trasformazione

Pensi che la street art possa rendere l’arte, spesso considerata qualcosa quasi di esclusivo, una forma di espressione e di comunicazione più aperta, visto che tutti la possono vivere attraverso un contatto spontaneo, diretto e quotidiano? O al contrario rischia di non essere capita dai non addetti ai lavori?

Disegnare è comunicare, riuscendo ad abbattere i muri delle lingue dei confini geografici e delle differenze sociali. Credo che il disegno, nella sua semplicità di lettura e nella sua universalità, sia un potente strumento di comunicazione e cerco di usarlo per parlare di quello che penso, criticare, discutere, commentare e  polemizzare.

Il muro è come un foglio che, creando un legame con la strada e con le persone che lo incontrano, permette di comunicare un messaggio a chiunque. Disegnare in strada significa amplificare il potenziale comunicativo, già di per se molto forte, di un’immagine.  

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