Sulla Shoah e la paura del diverso: intervista a Furio Colombo

Lo scorso 27 gennaio si sono ricordate le vittime dell’Olocausto; noi di Incipit l’abbiamo fatto con un’illustrazione di un artista emergente e lo rifacciamo oggi con un’intervista a Furio Colombo, giornalista, scrittore e, da parlamentare, promotore della legge 211, con cui l’Italia ha istituito il Giorno della Memoria.

Qual è il significato della Giornata della Memoria a settant’anni dalla fine del conflitto e del nazismo?
C’è un doppio significato, un significato per tutti e uno per l’Italia.
Qualcosa di tremendo, incomprensibile ed inammissibile umanamente è accaduto fra gli anni 1933 e 1945: gradualmente è andata aumentando la violenza prima nazista – poi nazista e fascista – verso il popolo ebraico; in un primo momento sembrava che il progetto includesse solo la separazione e la ghettizzazione degli ebrei, poi si è rivelato il proposito dello sterminio.
Dimenticare quel fatto vuol dire non comprendere la gravità di ciò che accade oggi intorno a noi.
L’uccisione di alcune persone in un hotel del Burkina Faso, avvenuta solo perché ammettevano di essere cristiane, mentre altre sono state risparmiate solo perché ammettevano di essere di fede islamica, è un evento perfettamente paragonabile all’uso dei passaporti timbrati con simbolo dell’ebraismo, che distinguevano e separavano definitivamente una parte di cittadini dagli altri. Grazie ai volontari della memoria ci troviamo oggi meno impreparati in una situazione come quella odierna di discriminazione religiosa attuata con la violenza.
Per quanto riguarda l’Italia, nel corso dei decenni un escamotage mediatico ha consentito di farla apparire come un paese vittima, un paese occupato, attraverso la pur legittima e necessaria celebrazione della Resistenza, ma bisogna ricordare che è stata la stessa Italia a produrre leggi razziali formalmente persino peggiori di quelle naziste e che ha poi compiuto il delitto di consegnare gli ebrei italiani allo sterminio. Dunque è importante la giornata della Memoria per ricordare, come ho firmato poi io stesso nella legge riguardante, che la Shoah è stato un delitto italiano.  

(ndr: quando era in Parlamento, partecipando alle discussioni sulla data simbolica da prendere come riferimento per ricordare la Shoah, propose il 16 ottobre, data del rastrellamento del ghetto di Roma).

Come si potrebbe risolvere quell’antisemitismo «innocente» diffuso, ad esempio, tra i giovani con barzellette e battute sugli ebrei?
Tutto dipende dai genitori e dagli insegnanti. Quelle barzellette circolano in un vuoto di percezione dell’esistenza della persona ebrea. A me capita spesso di ricevere lettere al giornale (Il Fatto Quotidiano, ndr) che chiedono «cosa vuol dire veramente ebreo?»; ci risponde una scrittrice come Rosetta Voi, autrice di un bellissimo libro intitolato La parola ebreo, in cui ci dona la storia di un’estraneità colpevole che il mondo cosiddetto «cristiano« ha troppo a lungo mantenuto nei confronti degli ebrei del proprio paese. E questo antisemitismo dei giovani è assolutamente nocivo perché risale da un lato verso destra, dalle professate ideologie di destra, e dall’altro verso sinistra, travestito sotto i panni dell’antisionismo o da sentimenti anti-Israele. 

Nel suo libro La fine di Israele ha scritto «Israele appartiene alla sinistra»; può spiegare che cosa intendeva con questa affermazione?  
Israele appartiene alla sinistra perché la sinistra è la parte del mondo che ha ucciso il fascismo ed il nazismo: non si sono suicidati o annientati da soli, ma sono stati abbattuti da Franklyn Delano Roosvelt (che tutta la storiografia americana definisce e, ai tempi di Trump addirittura rigetta, come un socialista, come un uomo di sinistra) e dall’Armata Rossa, dall’Unione Sovietica, e in più da tutti i partigiani di tutta l’Europa antifascista. Quindi la mia frase è un monito appassionato a tutta quella sinistra anti israeliana, che accusa follemente gli ebrei dello stato di Israele di essere passati dalla parte del carnefice, che Israele è nato dalla stessa sinistra

Il conflitto fra Israele e Palestina, che in Italia vede contrapposti rispettivamente destra ed estrema sinistra, avrà mai una conclusione definitiva? 
Quanti secoli sono durate la rivalità e la tensione tra Francia ed Inghilterra per il dominio dell’Europa centrale e del nord? Quante persecuzioni e quante morti hanno causato? Molti di più di quanto sta durando e di ciò che sta causando la situazione di Israele. Il rapporto fra Palestina ed Israele ha avuto almeno tre episodi di svolta di pace e, se si va a rivedere i fatti, l’interruzione di queste svolte di pace è avvenuta in un quadro più vasto che comprende gli arabi contro il mondo occidentale e l’ambiguità profonda di paesi come l’Arabia Saudita e l’Iran che ci sono e non ci sono accanto ai terroristi, ma che di tanto in tanto li rinfocolano con una grande quantità di denaro.
L’enorme quantità di denaro che hanno speso i potentati del mondo arabo per la guerra ad Israele avrebbe fatto della Palestina, molto prima della situazione di occupazione delle colonie, un paese notevolmente agiato e con molti interessi produttivi: ed un paese con interessi produttivi attacca poco e difende molto.  

C’è una una connessione fra la paura del «diverso» in quanto ebreo e quella del «diverso» in quanto immigrato?
Non vedrei una connessione del genere, perché la mentalità delle persone e anche purtroppo dei giovani di sinistra che sono anti-israeliani, che sono fortemente in posizioni di odio nei confronti di Israele, che lo vedono come un impasto con gli Stati Uniti, fra capitalismo ed imperialismo, è tutta un’altra cosa rispetto al problema dei profughi.
Quindi non vedrei una similitudine fra le due estraneità. Anzi, l’estraneità nei confronti degli ebrei e degli israeliani, dove c’è, è più profonda, molto meno selvatica di quella originata dal diffuso populismo europeo nei confronti dei nuovi arrivati, ma è un atteggiamento più lucido e anche più feroce.
Il questo senso: gli immigrati basta che si fermino, mentre gli ebrei basta che non esistano.
Se nel comportamento popolare, istintivo, c’e una somiglianza, ma con riferimento al passato, tutti quelli che all’epoca hanno fatto finta di non accorgersi della violenta discriminazione che all’improvviso si è alzata contro gli ebrei assomigliano molto a tutti coloro che tranquillamente non hanno nulla da dire nonostante ogni notte muoia un certo numero di bambini annegati, e invece di discutere su come si possano impedire tragedie simili, si discute sul modo in cui chiudere le frontiere.  
 

Cesare Bisantis

Nato a Padova da genitori calabresi nel 1997, è iscritto alla facoltà di Lettere Moderne di Padova. Ama scrivere racconti, poesie ed articoli, leggere libri, ma soprattutto ha una spiccata passione per il Cinema. Si considera umilmente un romantico decadente.

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