Perché un blog culturale?

Pecore travestite da montoni. La crisi della cultura in Italia.

Ad oggi non sussiste più alcun dubbio sul fatto che le radici stesse della civiltà occidentale stiano attraversando un periodo di profonda crisi, che si realizza concretamente nelle manifestazioni quotidiane delle lacune degli attuali modelli economici, nelle inquietudini sociali e, soprattutto, più spiritualmente, nella secolarizzazione e nell’offesa alle basi medesime della cultura. E se questi fenomeni sono osservabili su scala globale, i loro effetti si fanno sentire se possibile in maniera ancora maggiore nel nostro Belpaese.

Stiamo attraversando una vera e propria emergenza culturale made in Italy, che si manifesta in molteplici settori, a partire da quello deputato alla formazione di una coscienza e di una cultura individuali: la scuola.
In mezzo ad un mare di statistiche ben poco incoraggianti, spiccano negativamente i dati raccolti dal software Qlik relativi al livello di scolarizzazione degli italiani e di soddisfazione derivata dai loro studi: mentre il 63% ha frequentato la scuola secondaria, solo il 13% risulta effettivamente laureato, ben al di sotto della media europea, che si attesta al 25%, con picchi virtuosi quali Cipro e Finlandia (34% e 33% rispettivamente); oltre ad essere numericamente inferiori, i laureati italiani si rivelano altrettanto al di sotto dei colleghi di molti Paesi europei in merito al profitto personale: su una scala da 1 a 10 essi risultano di almeno un punto meno felici dei laureati in Paesi nordici, ai primi posti in tal senso. Magra consolazione il fatto che in Grecia, Polonia e Portogallo siano più insoddisfatti dei pari italiani.

Eppure spesso, quando si tratta di numeri e di dati, molti affermano di capirci gran poco. Possiamo immaginarne il motivo.
Il rapporto delle Nazioni Unite «Human Development Report» del 2009 (pag. 191), analizzando le condizioni di vita della popolazione e il suo livello culturale nei Paesi più sviluppati, utilizza come una delle variabili la percentuale di persone funzionalmente analfabete presente in tali Stati. Tra questi l’Italia è il Paese con il più alto tasso di analfabeti funzionali: il 47% degli italiani dai 16 ai 65 anni, ovvero quasi un italiano su due, è in questa condizione.


Non è detto che il medesimo «italiano su due» funzionalmente analfabeta non sappia leggere, scrivere e far di conto, anzi. Quando egli, tuttavia, è posto di fronte ad un qualsiasi problema, più o meno complesso, non riesce ad analizzare le informazioni al di là di quelle date dall’istinto e dall’impressione immediata.
E non stiamo parlando di problemi matematici, ma di questioni politiche, economiche, sociali, dalla crisi finanziaria ai flussi migratori, dal terrorismo e dai fondamentalismi religiosi alle battaglie per i diritti che coinvolgono l’umanità ogni giorno e in tutto il globo.
In poche parole, quasi la metà dei nostri concittadini non è capace di andare in profondità, di elaborare un ragionamento scevro di pregiudizi ed influssi esterni al proprio raziocinio, di sviluppare un pensiero critico. Se questi individui non riescono a distinguere, ad esempio, le bufale dai fatti reali, la mera propaganda dai dati, come potranno apprezzare appieno un libro, un film, un brano musicale?

È in questo preciso modo che vengono a ledersi le fondamenta stesse della cultura di un individuo: l’inevitabile risultato di questo apparentemente inesorabile processo di appiattimento è la formazione di una massa indistinta, facilmente paragonabile ad un gregge e per sua stessa natura più vulnerabile ad essere parzialmente informata o, nel peggiore dei casi, informata sì, ma in una maniera tale da non permettere la comprensione dei dati medesimi che vengono forniti.
Ogni governante sa bene che il modo più efficace per tener buoni i governati è privarli di qualsivoglia mezzo di possibile sedizione: qual espediente migliore se non mantenere il popolo ignorante, incapace di formarsi una propria opinione e di far valere i propri diritti? Come potrebbe, dopotutto, se quasi metà dei suoi componenti non ha la benché minima idea del modo in cui si possano discernere le informazioni vere (o quantomeno plausibili) da quelle palesemente fallaci e faziose e non è nemmeno a conoscenza dei mezzi di cui dispone per difendersi dalle ingiustizie di cui è vittima?

Specialmente in un tale momento storico di generale stagnazione, a cui a nessun livello statale pare siano state proposte soluzioni certe e definitive, per la nostra società si presenta la necessità di trovare una guida. Come molte altre volte prima di questa, è indubbio che i candidati principi a questo ruolo siano soprattutto due:  l’Arte e la Cultura, con la lettera maiuscola iniziale, ad indicare la loro primaria importanza per l’uomo. Possano queste righe essere l’incipit di un capitolo tutto nuovo.

L’infografica è presa da LeftLab Genova

Alberto Mantovani

Ho 18 anni, studio Lettere Antiche, gioco a rugby e suono il basso…ci fosse qualcosa che riesca a fare bene! Credo in Incipit almeno quanto le sue direttrici. Scrivo anche su metallized.it.

One thought on “Perché un blog culturale?

  1. Mi disarma il fatto che questo articolo sia scritto così bene e da un ragazzo così giovane.
    Ma per comprendere i motivi della lamentela basterebbe passare qualche minuto sui social…
    La cultura è sempre stato un culto dell’elite, ora più che mai sempre più esile,ma per poter dare il tempo al pensiero la pancia deve essere piena ed il domani un po’ più sicuro e l’informazione non dovrebbe essere il lusso di pochi.
    Sono pienamente concorde nel fatto che oggi mancano i leader, i riferimenti saldi, ma anche questi hanno una loro faccia oscusa che sa di influenza e manipolazione.
    Speriamo che il futuro ci riservi un capitolo nuovo, ne abbiamo proprio bisogno.

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